Osmosi: tutto quello che c’è da sapere

Quando si parla di barche in vetroresina e di osmosi spesso si tende a fare confusione, o peggio a confondere volontariamente le carte in tavola, ingigantendo o minimizzando il problema, a seconda del proprio tornaconto personale.

In questo articolo cercheremo invece di fare il punto sull’osmosi in modo quanto più possibile chiaro e pratico, spiegando realmente i problemi che questa malattia della vetroresina comporta.

Spesso si ha della vetroresina l’idea come di un materiale durevole, poco costoso e di nessuna manutenzione. Agli inizi degli anni Sessanta questo materiale cominciò a farsi strada nelle costruzioni delle barche andando pian piano a sostituire il legno, dato che sembrava un materiale che non avesse difetti.

E questo per una ventina d’anni fu vero, almeno in parte. Il problema dell’osmosi cominciò a presentarsi infatti solo verso l’inizio degli anni Ottanta, quando su alcuni scafi cominciarono a presentarsi delle vesciche piene di liquido di natura incerta. Da allora ovviamente sono stati fatti numerosi passi avanti e tante sono state le ricerche di periti esperti sul fenomeno, tanto che ora le cause e le cure per questo problema della vetroresina sono ben note.

Ma non a tutti.

Cos’è l’osmosi e come si presenta

L’osmosi è un fenomeno chimico-fisico consistente nel passaggio di un solvente, nel nostro caso l’acqua, attraverso una membrana che separa due liquidi di diversa concentrazione salina. Condizione necessaria perché si formi l’osmosi è che all’interno dello stratificato in vetroresina siano rimaste intrappolate delle bolle d’aria più o meno vicine alla faccia di contatto del gelcoat; avremo dapprima il passaggio d’acqua attraverso il gelcoat, a riempire la bolla dimenticata. Successivamente l’acqua dentro la bolla inizia a sciogliere tutto quello che riesce a trovare di solubile dentro alla bolla: appretto del vetro, parti di resina non catalizzata, ecc. Successivamente questa soluzione concentrata richiama acqua dall’esterno attraverso il gelcoat, facendo sì che la pressione nella bolla aumenti, e portando alla formazione della vescica sulla carena.

Questo fenomeno prosegue finché la barca sarà immersa nell’acqua, per cui se una bolla allo stadio iniziale è di circa 3-4 millimetri di diametro, col passare del tempo e con la permanenza in acqua, aumenterà di diametro perché aumenta la pressione osmotica all’interno della bolla. In pratica, una volta avviato, il processo dell’osmosi prosegue e non è possibile sapere o capire quanto velocemente si espanderà o si aggraverà. Questo la rende quindi una malattia degenerativa, che soprattutto non si arresta spontaneamente.

Caratteristiche di una bolla causata da osmosi

La bolla deve essere di forma rotonda, perché la pressione osmotica al suo interno è praticamente uguale in tutte le direzioni, e deve fare gonfiare il gelcoat deformandone la superficie. Per fugare comunque ogni dubbio, e per evitare di considerare osmosi semplici bolle causate dall’antivegetativa, quando ci si trova di fronte a vesciche sulla carena, si prenda il coltello delicatamente: se carteggiando l’antivegetativa appare una macchia rotonda di gelcoat, è possibile che ci si trovi di fronte all’osmosi.

Altra condizione per cui si possa dire che la vescica è sintomo di osmosi è che essa sia piena di liquido. Questo liquido sarà un quantitativo minimo, ossia una minuscola goccia se la bolla è di piccolo diametro, mentre sarà abbondante – al punto di schizzare fuori visibilmente bucando la bolla con un punteruolo – nel caso in cui la bolla abbia un diametro maggiore di  1-2 cm. Il liquido contenuto all’interno di una bolla avrà sempre odore acetico e consistenza untuosa al tatto. Questo avviene perché in una bolla contenente liquido osmotico, il cloruro di polivinile, che riveste il vetro dei filamenti, viene trasformato nel processo osmotico in acetato di polivinile, che ha appunto un odore acetico piuttosto forte. L’altra caratteristica tipica del liquido della bolla, sempre untuoso al tatto, è di cambiare colore col passare del tempo: infatti in una bolla di piccolo diametro il liquido è sempre trasparente e di colore giallo molto chiaro, mentre in una bolla di grosso diametro è più scuro, arrivando nei casi più gravi ad essere marrone scuro, quasi nero.

Le cause dell’osmosi

Tra le cause prime della formazione dell’osmosi possiamo elencare:

  • qualità non eccelsa del gelcoat, nel caso che sia composto da una resina poco impermeabile
  • lavorazione non accurata, per presenza di bolle d’aria nello stratificato
  • eccesso di catalizzatore impiegato nel corso della stratificazione
  • stratificazione eseguita in ambiente troppo freddo o troppo umido
  • presenza di impurità o di sostanze solubili nel vetro o nella resina.

Oltre a questi fattori, dipendenti dai fornitori di materiali (vetro, catalizzatore, resine, ecc.) e dal cantiere, ve ne sono altre, che dipendono dalla vita successiva della barca:

  • se la barca rimane tutto l’anno in acqua e viene messa a terra solo per qualche giorno per fare carena, aumentano di molto le possibilità che si formi l’osmosi perché aumenta l’assorbimento di liquido da parte dello stratificato o almeno del gelcoat che lo protegge
  • se l’antivegetativa viene eliminata spesso fino ad arrivare al gelcoat, soprattutto usando levigatrici o altri mezzi meccanici, il gelcoat verrà graffiato e si ridurrà localmente di spessore. Siccome il gel-oat è la corazza che deve difendere lo stratificato dall’acqua, ridurre lo spessore può causare un assorbimento da parte dello stratificato.

Come curare l’osmosi

Su quest’argomento c’è tanto da dire, e ognuno ha il suo punto di vista sugli interventi da fare. Queste comunque le quattro fasi che consigliamo:

Prima fase

Scegliere il periodo autunnale per iniziare i lavori, in modo da terminare in primavera. Alare e lavare molto bene la barca con l’idropulitrice e tenerla al riparo da piogge e umidità durante l’esecuzione dei lavori. Controllare con uno skinder, il grado di umidità nello scafo. Pulire scafo e sentina con un potente sgrassante, risciaquare e asciugare perfettamente in modo che l’umidità non rimanga all’interno di possibili crepe. Smontare scarichi, prese a mare, guarnizioni dei fori sullo scafo. Asportare il gelcoat dalla carena, o attraverso sabbiatura o con uno smeriglietto a disco mobido con grana 40. Il gelcoat va asportato fino a 7-8 cm sopra la linea di galleggiamento, compreso il bulbo, se questa è a vela.

Seconda fase

Predisporre tutti gli strumenti per la deumidificazione dello scafo. Se la barca sosta in ambiente esterno, si prepara la così detta gonnellina di nylon intorno alla carena mettendo all’interno un deumidificatore, se si useranno le lampade al quarzo riscaldanti, l’umidità sarà eliminata in minor tempo. Eseguire un lavaggio molto energico e completo della carena con l’idropulitrice e possibilmente ad acqua calda. Ogni tanto fare un controllo dell’umidità con lo skinder per rendersi conto dell’andamento della deumidificazione. Quando i valori saranno come quelli sopra la linea di galleggiamento, cioè, intorno allo 0,8-1% si può iniziare a stendere il trattamento.

Terza fase

Pulire perfettamente dall’eventuale polvere o grasso tutta la superficie della carena, possibilmente usando un panno antistatico e provando ad attaccare uno spezzone di nastro da pacchi per verificare la perfetta aderenza alla resina. Preparare la resina epossidica per bagnare tutti i crateri fino all’esterno. Bagnare con un pennello battendo di punta per impregnare bene il tessuto, dopodiché ancora della resina epossidica per stenderla in tutto lo scafo. Applicare la prima mano a rullo o a pennello fino all’altezza in cui si è asportato il gelcoat e lasciare asciugare per circa 2-3 ore. Quando la resina al tatto è ancora appiccicosa, riempire i tutti i crateri di stucco epossidico a essicazione rapida usando una spatola a manico lungo per stenderlo meglio. A essicazione completa, che avverrà dopo 24 ore circa, levigare leggermente con carta ad acqua di grana 120-150 tutti i crateri per ripianare le stuccature e successivamente passare su tutta la carena una mano di spugna ruvida ad acqua per togliere l’eventuale untuosità della resina e rendendola opaca.

Quarta fase

Dare la prima mano di stucco epox usando una spatola dentata in modo da essere sicuri di formare uno spessore uniforme in tutto lo scafo. Lasciare asciugare per 12-24 ore circa, poi dare una carteggiata per togliere tutte le imperfezioni formatasi con la stesura dello stucco. Dopo un’ottima spolverata seguirà un’altra stuccatura con una spatola liscia per rasare la precedente fatta con quella dentata. Stendere 3 o 4 mani, meglio a rullo, di resina epox in sequenza di un paio d’ore l’una dall’altra, oppure carteggiare. E infine dare l’antivegetativa direttamente sopra la resina epossidica.